Immunoterapia del glioblastoma

Fino ad oggi l’immunoterapia è stata ampiamente utilizzata per trattare neoplasie che colpiscono distretti corporei come i polmoni, il colon, la prostata e altri ancora. In tali distretti il suo utilizzo ha sortito risultati a volte di notevole positività.

Ma in distretti difficilmente accessibili come il cervello ancora sono davvero molto esigui i passi compiuti per trattare le neoplasie che colpiscono questo distretto corporeo. Questo perché bisogna sempre tenere in considerazione la presenza della barriera ematoencefalica.

Ad oggi, il glioblastoma rappresenta il tumore del cervello più aggressivo e maligno e purtroppo anche quello più rilevato tra i casi di tumore al cervello.

Per capire se l’immunoterapia sortisca risultati efficaci e sicuri anche su questo tumore del cervello, un gruppo di ricercatori statunitensi ha eseguito un’indagine sui topi.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature.

Che cos’è il glioblastoma? Cosa ne limita il trattamento con l’immunoterapia?

Il glioblastoma è probabilmente il tumore cerebrale più maligno e aggressivo che si conosca. Purtroppo chi è affetto da questa patologia ha una prognosi infausta e muore nel giro di qualche mese.

I ricercatori statunitensi coinvolti nello studio hanno lavorato sui topi.

Dai risultati della ricerca è emerso che è possibile trattare efficacemente un tumore cerebrale maligno come il glioblastoma con l’immunoterapia. I ricercatori hanno stimolato il drenaggio dei vasi linfatici del cervello lasciando inalterata la barriera ematoencefalica.

La barriera ematoencefalica (BEE) è una struttura funzionale interposta tra sangue e parenchima nervoso. Si tratta di una unità anatomico-funzionale che ha la funzione di proteggere il tessuto cerebrale dagli elementi nocivi presenti nel sangue.

Proprio la presenza di tale barriera interferisce con le normali funzioni del sistema immunitario.

Nell’indagine condotta i ricercatori hanno aggirato la barriera ematoencefalica sfruttando l’ampia rete di vasi linfatici meningei che rivestono l’intero cranio. Tali vasi raccolgono i prodotti di scarto delle cellule e li smaltiscono attraverso il sistema linfatico del corpo umano.

Come hanno operato i ricercatori sul glioblastoma attraverso l’immunoterapia?

I vasi linfatici si formano dopo la nascita grazie alla stimolazione del fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF-C).

Gli scienziati guidati da Akiko Iwasaki hanno pensato di verificare se potesse essere sfruttato il VEGF-C per aumentare il drenaggio linfatico.

Si assiste così all’attivazione del sistema immunitario. Dopo questo step i ricercatori hanno dovuto valutare l’efficacia di questo intervento sui tumori cerebrali in particolare sul glioblastoma.

Per far aumentare il drenaggio linfatico gli studiosi hanno iniettato il VEGF-C nel liquido cerebrospinale dei topi affetti da glioblastoma.

A seguito di ciò, i ricercatori hanno registrato un notevole incremento della risposta dei linfociti T nei confronti delle cellule cancerose.

Alcuni tumori eludono l’attività immunitaria attivando i checkpoint immunitari, molecole in grado di regolare negativamente l’attività del sistema immunitario.

Proprio per questo l’immunoterapia prevede la contemporanea somministrazione di molecole definite inibitori dei checkpoint immunitari. In tal modo risulta vanificata la difesa del tumore.

Iwasaki e i colleghi hanno così provato a combinare la somministrazione di VEGF-C con inibitori dei checkpoint immunitari aumentando significativamente la sopravvivenza delle cavie.

Ciò ha dimostrato sui topi che l’introduzione del fattore di crescita VEGF-C in combinazione con i farmaci immunoterapici per il cancro ha esiti sorprendenti.

Infatti questa combinazione farmacologica rappresenta una strategia notevolmente efficace per colpire tumori cerebrali critici come il glioblastoma.

Ovviamente questi sono i risultati ottenuti dal team di ricerca statunitense lavorando sui topi.

A tal proposito la Dottoressa Akiko Iwasaki della prestigiosa Università di Yale ha affermato:

«Questi risultati sono di grande interesse. Vorremmo portare questo trattamento ai pazienti con glioblastoma, che hanno una prognosi ancora molto scarsa con le attuali terapie di chirurgia e chemioterapia».