adroterapia

L’aritmia ventricolare è una patologia che si manifesta con alterazione del normale ritmo di contrazione del cuore. Il trattamento convenzionale di questa patologia è farmacologico o chirurgico ma oggi si opta per l’utilizzo dell’adroterapia.

Si tratta di una patologia particolarmente grave e che miete un numero di vittime piuttosto elevato se non adeguatamente trattata.

Il trattamento dei soggetti affetti da questa malattia consiste principalmente nella somministrazione di farmaci antiaritmici. Invece tra i principali interventi chirurgici si annoverano la cardioconversione elettrica e l’ablazione a radiofrequenza.

In Italia, precisamente al Policlinico San Matteo di Pavia si trovava un paziente affetto da una forma di aritmia ventricolare particolarmente grave.

Su richiesta della stessa struttura ospedaliera, il paziente è stato sottoposto al trattamento di adroterapia con protoni eseguito dal Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica (CNAO).

Che cos’è l’adroterapia?

L’adroterapia è una particolare forma di radioterapia utilizzata per la cura soprattutto di alcuni tumori resistenti alla radioterapia tradizionale come, ad esempio i sarcomi.

Però, a differenza della radioterapia tradizionale l’adroterapia si basa sull’utilizzo di radiazioni costituite da particelle pesanti come protoni e ioni carbonio.

Dunque fondamentalmente l’adroterapia è un trattamento radioterapico specifico per alcuni tipi di tumore.

Ma a Pavia, per la prima volta al mondo i medici hanno utilizzato questa particolare forma di radioterapia per trattare un paziente affetto da aritmia ventricolare.

La scelta di utilizzare l’adroterapia con protoni per trattare una patologia cardiaca è nata dalla necessità di contrastare una forma particolarmente aggressiva di aritmia ventricolare.

In particolare, il paziente in questione non aveva risposto efficacemente né ai trattamenti tradizionali né a quelli più innovativi come farmaci o ablazione a radiofrequenza. Ciò determinava nel paziente continue e pericolose alterazioni del ritmo cardiaco.

Come ha agito l’adroterapia con protoni sul paziente con aritmia ventricolare?

Il trattamento con protoni utilizzato sul paziente cardiopatico ha permesso di intervenire sulla parte del cuore dove gli impulsi aritmici si generano.

I medici sono intervenuti con un’unica seduta di adroterapia in cui i protoni hanno colpito la “sede” dell’aritmia.

Anche se la radioterapia con fotoni ha trovato impiego nel trattamento delle aritmie questa volta i dottori del CNAO hanno deciso di agire con protoni. La scelta di utilizzare queste particelle pesanti scaturisce dal fatto che esse garantiscono un impatto molto più basso sui tessuti delicati circostanti.

I risultati ottenuti con adroterapia sul paziente affetto da questa grave forma di aritmia ventricolare e fortemente compromesso, sono stati davvero sorprendenti.

A tale positività dei risultati ottenuti ovviamente fa fronte la qualità tecnica dell’intervento e la competenza degli operatori coinvolti.

L’equipe di radiologi del Policlinico San Matteo ha collaborato con i radioterapisti del CNAO alla preparazione della procedura.

I medici hanno inizialmente identificato la porzione del cuore bersaglio attraverso mappature ad alta definizione integrate con immagini TAC.

Dopo l’intervento il paziente è monitorato presso la UTIC del San Matteo.

I medici non hanno evidenziato recidive dell’aritmia trattata né altri episodi di arresto cardiaco. Alcuni giorni dopo l’intervento il paziente è stato dimesso e trasferito ad un reparto riabilitativo vicino casa sua.

Va sottolineato inoltre che ad oggi i ricercatori usano le particelle pesanti in questo contesto patologico solo su modelli animali.

Però, a fronte dei risultati ottenuti sul paziente il Dottor. Roberto Rordorf, responsabile dell’Unità di Aritmologia della UOC Cardiologia del Policlinico San Matteo ha affermato:

«L’intervento di Pavia risulta essere il primo al mondo sull’uomo e i primi risultati sono davvero incoraggianti. Per questo motivo insieme a CNAO stiamo valutando la fattibilità di uno studio clinico sperimentale».