albero genealogico

COVID-19 è il nome attribuito al coronavirus che partito dalla città di Wuhan conta oggi focolai epidemici in tutto il mondo. In particolare, l’Italia, è il secondo focolaio epidemico più grave per numero di vittime subito dopo la Cina. La letalità di questo virus non è altissima, si parla di un 5% ma ciò che lo rende particolarmente pericoloso è la facilità di contagio. Dai primi dati ottenuti al momento dello scoppio dell’epidemia, gli scienziati hanno sottolineato che si tratta di un virus passato dagli animali all’uomo. Ma cosa ha permesso questo salto? Un nutrito team di ricercatori italiani ha ricostruito l’albero genealogico di COVID-19 facendo luce sulla mutazione che gli ha permesso di infettarci.

I ricercatori sostengono che COVID-19 sia nato tra il 20 ed il 25 Novembre da un coronavirus degli animali. Da quel momento, si è trasformato in un virus umano. Lo studio che riporta la ricostruzione dell’albero genealogico del virus in via di pubblicazione sulla rivista Journal of Clinical Virology, è stato condotto dal gruppo di Statistica medica ed Epidemiologia molecolare dell’Università Campus Biomedico di Roma.

Ecco come i ricercatori italiani hanno ricostruito l’albero genealogico del coronavirus cinese

Utilizzando la bioinformatica, gli scienziati italiani hanno ricostruito l’evoluzione del coronavirus cinese inseguendo, analizzando ed unificando i dati genetici ad esso relativi contenuti nelle banche dati sin dall’inizio di Gennaio. Tra queste ultime ricordiamo Genebank e Gisaid. Grazie a queste informazioni, gli scienziati italiani hanno studiato le sequenze genetiche del virus che circolava in Cina.

Nella sua ricerca il team, coordinato da Massimo Ciccozzi, ha notato che COVID-19 muta costantemente con lo scopo di cambiare aspetto per essere in equilibrio con il sistema immunitario dell’ospite in cui si trova. Dopo la mutazione verificatasi nelle due proteine strutturali, la terza mutazione che ha fatto di COVID-19 un virus umano vero e proprio, è stata quella su una proteina di superficie chiamata “spike”. Quest’ultima, come precisano gli esperti, è quella che per prima entra in contatto con le cellule umane, una sorta di biglietto da visita del virus.

Lo stesso prof. Ciccozzi, a tal proposito ha affermato:

«È stata questa la mutazione che ha permesso al virus di fare il “salto di specie”, ossia di compiere il passaggio dall’animale all’uomo. In questo modo, ha innescato l’epidemia umana: adesso il nuovo coronavirus fa parte di noi».

Grazie alle tre mutazione finora note, gli scienziati hanno ottenuto una carta d’identità di COVID-19 grazie alla quale, abbiamo compreso essere più virulento rispetto al virus della SARS, ma meno letale.