inquinamento

Dall’inizio della pandemia da SARS-CoV-2 è stato ben chiaro come la diffusione e i tassi di mortalità del virus presentino differenze sostanziali tra i diversi focolai. Tali considerevoli differenze hanno condotto gli scienziati a supporre che queste siano correlate a fattori di tipo atmosferico. Nello specifico, gli studiosi hanno voluto esaminare l’effetto che l’inquinamento atmosferico ha sulla mortalità e diffusione di SARS-CoV-2.

Lo studio in questione, pubblicato sulla rivista Atmosphere, riporta la firma di un team di ricercatori del Cnr-Isac di Lecce e Roma. Nel presente lavoro, gli studiosi hanno voluto prendere in esame l’interazione tra inquinamento dell’aria e COVID-19 analizzando le attuali conoscenze a riguardo. Considerata la complessità  dell’argomento, però,  il lavoro dei ricercatori non si impone di risolvere la questione fornendo risposte definitive. Infatti, essi vogliono fornire dei dati che dovranno essere ulteriormente analizzati in modo multidisciplinare e da studiosi con competenze diverse. Lo studio inizia ponendosi due gradi quesiti:
1) Chi è stato esposto per lunghi periodi all’inquinamento atmosferico è più vulnerabile a COVID-19?
2) Il virus può essere trasmesso in aria senza contatto, con la cosiddetta “airborne”?

Inquinamento atmosferico e airborne: aumentano davvero la vulnerabilità a SARS-CoV-2?

Per quanto riguarda la prima domanda, gli studiosi ritengono plausibile che chi è stato esposto per lunghi periodi all’inquinamento dell’aria sia maggiormente vulnerabile a SARS-CoV-2. Inoltre, sembrerebbe che questi soggetti siano quelli che sviluppano una COVID-19 con una prognosi più nefasta. Tuttavia, il peso dell’inquinamento dell’aria deve essere stimato anche rispetto ad altri fattori concomitanti e confondenti. Infatti non è corretto tradurre immediatamente una maggiore esposizione alle polveri sottili PM2.5  e PM10 in una maggiore vulnerabilità al nuovo coronavirus o  nelle differenze di mortalità ad esso correlate.

Per quanto riguarda l’airborne, cioè la trasmissione del virus in aria senza contatto, gli scienziati concordano nel ritenere che la questione presenta margini di incertezza piuttosto ampi. Ciò poiché il virus potrebbe essere trasmesso sia mediante goccioline di diametro relativamente grande sia da quelle di dimensioni più piccole. Queste ultime, possono rimanere in sospensione per tempi maggiori ma ciò non vuol dire che la trasmissibilità possa comunque avvenire. Inoltre, bisogna anche valutare se si considerano ambienti interni od esterni e altri parametri come il tempo di vita del virus e la sua concentrazione in aria.

Tutto ciò dimostra che considerare l’inquinamento atmosferico come un fattore che può essere responsabile di una maggiore vulnerabilità nei confronti di SARS-CoV-2, non è proprio corretto. Bisognerà infatti che team di ricercatori con competenze diverse lavorino in maniera multidisciplinare analizzando tutte le variabili. Solo così si potranno ottenere delle risposte significative senza saltare a conclusioni affrettate e prive di un fondamento scientifico.