disastro

Era la notte del 26 Aprile 1986 quando il nocciolo del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl (Unione Sovietica) scoppiò. La violenta esplosione determinò lo sviluppo di una nuvola di materiale radioattivo che ricadde su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente. Dopo tanti anni da quel tragico incidente, sembra che i ghiacciai alpini conservino ancora memoria del disastro nucleare che ha avuto e continua ancora ad avere conseguenze drammatiche.

A dimostrarlo è la radioattività anomala registrata sulla superficie del ghiacciaio dei Forni in Italia e del Morteratsch in Svizzera. A riportare questi dati importanti è uno studio pubblicato sulla rivista The Cryosphere condotto da un gruppo di ricerca internazionale con l’importante contributo del nostro Paese. Infatti, ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca hanno eseguito le misure della radioattività. Ma un contributo significativo allo studio è stato offerto anche dall’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e dalle Università di Genova, Milano e Pavia.

Per eseguire le misurazioni della radioattività, i ricercatori hanno analizzato la crioconite. Si tratta del sedimento scuro che si accumula sulla superficie di ghiacciai durante la stagione estiva. All’interno della crioconite esaminata, gli scienziati hanno rinvenuto elementi radioattivi naturali come il piombo-210, ma anche artificiali. Tra questi ultimi, il cesio-137 che testimonia la forte contaminazione che i ghiacciai alpini hanno subito dopo il disastro nucleare di Chernobyl.

L’analisi della radioattività ha anche permesso di ipotizzare quali siano i processi naturali che permettono l’accumulo di radioattività artificiale della crioconite. Secondo i ricercatori, questo sedimento dovrebbe essere studiato in modo più approfondito per comprendere il reale livello di integrità ambientale degli ecosistemi d’alta quota.