archiviazione

L’archiviazione di dati digitali nel DNA è una tecnologia che fino a pochissimi anni fa sembrava provenisse da un film di fantascienza. Oggi, invece, sappiamo che essa sta diventando sempre più reale. Sono pochi gli studi che riguardano questa particolarissima forma di conservazione dei dati digitali. Ma ogni nuovo studio, rappresenta un altro importante passo avanti nella migliore comprensione ed applicazione di questa tecnologia.

Tra gli ultimi studi prodotti in questo senso, ne citiamo uno condotto da ricercatori dell’Università Statale della Carolina del Nord poi pubblicato su Nature Communications. In questo studio i ricercatori hanno sviluppato “un approccio fondamentalmente nuovo ai sistemi di archiviazione dati del DNA”, come essi stessi riferiscono. Infatti, per memorizzare i dati nel DNA attualmente si utilizza soprattutto la reazione di PCR (Polymerase Chain Reaction) per l’accesso ai file. Tale tecnica, però, presenta delle sfide significative. Così, per poterle superare i ricercatori statunitensi hanno sviluppato un nuovo sistema. Quest’ultimo si chiama DORIS (Dynamic Operations and Reusable Information Storage) e non si basa sulla PCR ma utilizza il DNA a doppio filamento come sequenza legante.

I sistemi di archiviazione dati nel DNA attualmente in uso, richiedono sequenze di DNA dette “leganti il primer” che si applicano alle estremità dei filamenti di DNA che memorizzano le informazioni. Nel momento in cui si ha intenzione di recuperare quello specifico dato, bisogna recuperare anche i filamenti che decifrano quella sequenza. Tale procedimento, però, determina anche un aumento di temperatura del materiale genetico immagazzinato. DORIS utilizza un approccio diverso. Infatti, grazie ad una sporgenza a singolo filamento DORIS trova la sequenza di interesse senza andare a disturbare il DNA a doppio filamento.

Dunque, DORIS può lavorare a temperatura ambiente, facilitando la gestione dei dati sul DNA come mai fatto prima d’ora.