frutta

Con il termine nanoplastiche si fa riferimento alle piccolissime particelle di plastica presenti nei mari e che rappresentano un rischio notevole per l’uomo e per l’ambiente. Sembrerebbe però che queste pericolose particelle di plastica siano presenti anche nella frutta e nella verdura che consumiamo quotidianamente.

A dimostrarlo è uno studio apparso sulle pagine della rivista scientifica Environmental Research condotto da ricercatori dell’Università di Catania. Gli scienziati italiani hanno anche collaborato con ricercatori della Sousse University e della Monastir University (Tunisia). Il gruppo di studiosi ha concentrato la propria attenzione sulle nanoplastiche derivate dalla degradazione della plastica e presenti in frutta e verdura. Nello specifico, essi hanno dimostrato che il contenuto più elevato di particelle di plastica lo si ritrova nelle mele e nelle carote. Il livello più basso, invece, si trova nelle lattughe.

Secondo gli scienziati, frutta e verdura acquisiscono le nanoplastiche dall’ambiente inquinato assorbendole all’interno dei loro sistemi biologici. L’assorbimento, in particolare, potrebbe avvenire mediante le aperture naturali di livello nanometrico presenti nelle piante. L’ingestione di frutta e verdura contaminate da nanoplastiche rappresenta una problematica importante. Nonostante ciò, la preoccupazione è inferiore rispetto a quella associata al consumo di acqua in bottiglie fatte da materiale plastico PET.

La maggior presenza di nanoplastiche si riscontra perlopiù nella frutta e meno nella verdura. Secondo i ricercatori, ciò troverebbe una spiegazione dell’elevatissima vascolarizzazione della polpa del frutto e nella dimensione più grande degli alberi rispetto alle piante che producono le verdure. In ogni caso, è importante che si eseguano ricerche tossicologiche ed epistemologiche più approfondite per capire gli effetti delle nanoplastiche sulla salute degli esseri umani.