mini pancreas

Il diabete mellito di tipo 1 è un disordine metabolico che scaturisce da una mancata produzione di insuline da parte delle cellule β del pancreas. Si definisce diabete insulino-dipendente. Infatti, chi soffre di questa patologia deve necessariamente sottoporsi alla somministrazione ripetuta e quotidiana di dosi di insulina. Oggi però, sembra che per trattare questa condizione sia disponibile una grande novità: il primo mini pancreas biotech anti-rigetto.

A presentare questa straordinaria innovazione in campo biotech è uno studio apparso sulle pagine della autorevole rivista Nature. Lo studio in questione riporta la firma di un team di ricercatori del Salk Institute di La Jolla (California). Ad oggi, il trapianto di cellule beta pancreatiche, che producono l’insulina, sembra sia un’opzione valida per curare questa malattia. Ma, oltre alla scarsa disponibilità di donatori tale metodica trova un altro ostacolo: il rigetto del trapianto. Quest’ultima è una condizione che si sviluppa di sovente in chi si sottopone ad un trapianto e ciò, impone una terapia immunosoppressiva non priva di rischi. Per tale ragione, il team di ricercatori californiano guidati da Ronald Evans ha deciso di sviluppare il primo mini pancreas biotech anti-rigetto.

Il mini pancreas biotech anti-rigetto deriva da cellule staminali coltivate in 3D

Evans, dopo aver provato per tanti anni a sviluppare cellule beta funzionanti a partire da cellule staminali, ha finalmente trovato il modo giusto. Infatti, egli insieme ai colleghi ha trovato il modo per coltivare queste cellule in 3D mimando la struttura del pancreas umano. Così, gli scienziati hanno attivato la proteina Wnt4 per favorire la maturazione necessaria alla produzione di insulina. In tal modo essi hanno generato organi funzionanti del tutto simili alle insule beta pancreatiche umane. Infine, affinché il loro mini pancreas biotech fosse anti-rigetto, i ricercatori lo hanno schermato dal sistema immunitario. Nello specifico, essi hanno attivato la proteina PD-L1 redendole di fatto invisibili.

Si tratta di uno studio senza precedenti che getta le basi per la messa a punto di possibili future terapie per i pazienti trapiantati senza che essi siano costretti ad assumere pesanti farmaci immunosoppressivi.