caffè

Il caffè è una bevanda ottenuta dalla macinazione dei semi di alcune specie di piccoli alberi tropicali. Si tratta di una delle merci più scambiate al mondo insieme al petrolio e all’acciaio. Sembrerebbe che l’aumento del suo consumo sia in qualche modo collegato ad una riduzione delle morti collegate a patologie epatiche.

A dimostrarlo è uno studio apparso sulle pagine del Journal of Alimentary Pharmacology and Therapeutics. Lo studio in questione è il frutto del lavoro condotto da un team di ricercatori dell’Università di Melbourne (Australia). Essi, in particolare, hanno voluto capire se l’aumento del consumo di caffè correla con una diminuzione delle morti per malattie epatiche. Ciò perché, negli ultimi anni, sono stati diversi gli studi che hanno sottolineato la positività dell’assunzione di caffè per quanto riguarda il fegato e non solo.

Il caffè: la bevanda che potrebbe ridurre il numero di morti per malattie epatiche

Per il loro lavoro, i ricercatori australiani hanno utilizzato un database pubblicato nel 2016, il Global Burden of Disease. Essi hanno scoperto che nel database erano riportati più di 1.200.000 morti per patologie del fegato solo in quell’anno. Inoltre, gli studiosi hanno anche preso in esame le statistiche relative al consumo di caffè resi disponibili dall’Organizzazione Internazionale del Caffè. Dalle analisi eseguite essi hanno scoperto una connessione tra il consumo stesso di questa bevanda e la riduzione del rischio di malattie epatiche.

Inoltre, dall’analisi dei dati, gli scienziati dell’università australiana hanno anche elaborato un’interessante stima. Nello specifico, essi hanno ipotizzato che se nel 2016 tutte le persone nel mondo avessero bevuto almeno due tazze di caffè al giorno, i morti per patologie al fegato sarebbero stati più di 450.000 in meno. Invece, se tutti avessero bevuto quattro tazze di caffè, le morti sarebbero state almeno 720.000 in meno. Si tratta di risultati che suggeriscono che le autorità dovrebbero motivare la popolazione a bere il caffè, soprattutto per ridurre i tassi di morti per malattie epatiche.