atrofizzazione

I muscoli sono molto sensibili all’esercizio fisico e all’inattività. In particolare, in quest’ultima condizione, cioè quando i muscoli non vengono stimolati per un tempo relativamente lungo, iniziano ad atrofizzarsi. Questo succede, ad esempio, nel caso di ingessature che richiedono molto tempo di recupero. Ma, in ogni caso, nell’uomo i muscoli si riprendono relativamente presto dall’atrofizzazione, grazie alla stimolazione dei messaggeri chimici all’interno delle cellule muscolari. Tali sostanze fanno aumentare la massa della forza muscolare quando ce n’è bisogno.

Vi sono però situazioni patologiche in cui, a causa di un difetto genetico, tale signaling mediato da questi messaggero non ha luogo e dunque il processo di atrofizzazione dei muscoli prosegue inesorabile. È il caso ad esempio dei pazienti con distrofia muscolare dei cingoli (LGMD) dovuta al malfunzionamento dell’enzima CaMK. Tale enzima è alla base dello scambio di segnali chimici. Ovviamente un difetto genetico nel gene che lo produce, determina una mancata ripresa dal processo di atrofizzazione muscolare. Ciò vuol dire che, nel tempo, i soggetti che soffrono di tale disturbo, andranno a finire sulla sedia a rotelle. Oggi, però, sembra che un particolare composto chimico possa permettere di invertire l’atrofizzazione muscolare nei topi.

AMBMB: il composto che inverte efficacemente l’atrofizzazione muscolare

Tale composto, denominato AMBMB, sperimentato sui topi, ha dimostrato di essere in grado di far invertire l’atrofia dei muscoli facendoli crescere in maniera sana. Tale composto è in grado di attivare l’enzima CaMK ripristinandone la funzione nei pazienti con LGMD. Adesso gli scienziati stanno cercando di capire come poter arrivare ad un farmaco sperimentale per poi passare a studi clinici sull’uomo. Si tratta di una scoperta davvero incredibile che fa sperare in un trattamento terapeutico mirato che possa migliorare la qualità della vita dei pazienti con LGMD.

Lo studio che descrive questa straordinaria scoperta lo potete trovare sulle pagine della autorevole rivista scientifica Cell Reports Medicine. La ricerca riporta la firma di un team di ricercatori dell’UCLA Health, coordinato da Melissa Spencer.